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Curiosità

Aneddoti

ANEDDOTI

Molti paesi della penisola salentina conservano, ancora oggi, “soprannomi” dati loro nel passato. Eredità di racconti popolare e nati dalla tradizione orale sono la testimonianza dell’identità culturale e storica che ognuno di questi paesi si è costruito nel corso dei secoli. Eccone gli esempi più significativi.

“I musci”
Secondo la tradizione popolare gli abitanti di Patù sono soprannominati “musci”, cioè gatti. L’epiteto deriverebbe da un simpatico episodio che mette in luce il carattere astuto dei “patusci” (patuensi). Si narra, infatti, che secondo disposizioni governative i paesi che avessero dimostrato al funzionario incaricato di avere un certo numero di abitanti avrebbero potuto godere di ampi benefici. Patù, da sempre conosciuto per essere uno dei comuni più piccoli dell’intera provincia, decise di non farsi sfuggire la ricca occasione. Così, poiché in quei giorni ricorreva la festa in onore del santo patrono, con il consenso del parroco si svolse una processione che sarebbe stata ricordata per sempre. Infatti, quell’anno gli abitanti del paese sembrarono triplicare grazie ad un ingegnoso stratagemma.
Un gatto fu posto sopra lo stendardo che solitamente si trovava all’inizio dei cortei religiosi. All’estremità della coda fu legata una piccola corda, che il parroco ogni tanto tirava, facendo miagolare il gatto. Il verso dell’animale confondendosi con le voci dei partecipanti ingannò i presenti, facendo credere che vi fossero oltre mille persone!

“San Michele e San Giovanni”
Il patrono di Patù è San Michele, ma la festa patronale si svolge il 24 giugno, che è il giorno consacrato a San Giovanni. La ragione di questa incongruenza è in un simpatico aneddoto che vede protagonisti Patù e il limitrofo paese di Castrignano del Capo. Sembra, infatti, che entrambi i paesi avessero lo stesso patrono. Gli abitanti di Patù, animati da un forte spirito competitivo nei confronti di Castrignano del capo, in occasione della festa di San Michele ogni anno si adoperavano affinché il paese fosse riccamente addobbato e non sfigurasse di fronte al limitrofo comune. Questa disattenzione nei confronti dei riti religiosi infastidì i parroci che si rivolsero al vescovo perché trovasse una soluzione. Quest’ultimo per risolvere la questione propose agli abitanti di Patù di scegliere un altro santo. Fu così che la cittadinanza veretina decise di tenere come patrono San Michele Arcangelo, ma di dedicare i festeggiamenti della festa “ranne” (grande) a San Giovanni Battista. Il 24 giugno a Patù si celebra una grande festa in onore di San Giovanni e si ricorda quel lontano giugno del 877 quando l’esercito cristiano riuscì a sconfiggere l’esercito saraceno nel vicino Campo Re.

“Li capu vacanti”
Gli abitanti del comune di Gagliano del Capo sono conosciuti in Salento con il soprannome di “capu vacanti” (teste vuote). Questo simpatico appellativo si deve ad un episodio leggendario accaduto in passato, che vede protagonista un mulo. Sembra infatti che la cittadinanza insieme al parroco decise di estirpare l’erba che cresceva sulla terrazza della chiesa facendovi inerpicare un mulo. Per fare questo si decise di legare la testa del mulo e issarlo con l’aiuto di una carrucola. L’espediente riuscì in pieno, ma quando il mulo arrivò in cima era oramai morto, strozzato dalla fune.

I “sciudei”
Gli abitanti di Alessano sono conosciuti dal resto della provincia con il soprannome di “sciudei” (giudei) in ricordo della comunità ebraica che qui s’insediò ed ebbe il suo ghetto e la sinagoga. Oggi di tutto questo rimane sono il nome evocativo di una strada del centro storico: Via della Giudecca.

I “cuzzari”
La memoria popolare ci tramanda una storiella molto simpatica a proposito del soprannome degli abitanti di Cannole, detti “cuzzari”. Sembra che durante la processione per i festeggiamenti dei santi patroni,Vincenzo Ferreri e la Madonna di Costantinopoli, Cannole fosse colpita da un grosso temporale. Gli abitanti cercarono riparo nelle proprie case abbandonando le statue dei due santi. Terminato l’acquazzone le strade del paese si riempirono di municeddhe, che, attirate dall’umidità escono dalle loro tane sotto terra. Alla vista di questa moltitudine i cannolesi, ghiotti di “municeddhe”, si misero a raccoglierle dimenticando le statue dei due santi che avevano lasciato durante l’acquazzone. Da qui il nome di “cuzzari” cioè raccoglitori di lumache.

I “turchi”
Durante la più grande invasione dei turchi nella penisola salentina, avvenuta nel 1480, Cannole fu il luogo di uno straordinario miracolo compiuto dalla Madonna di Costantinopoli, che da quel giorno fu proclamata protettrice del paese. Sembra infatti, che i Turchi dopo aver conquistato Otranto, sterminando una parte della popolazione, si diressero nell’entroterra. Giunti in prossimità di Cannole, in un punto preciso, comparve loro la Madonna che solo con lo sguardo li spavento mettendoli in fuga. Per ringraziare la Vergine dello scampato pericolo esattamente in quel luogo fu costruito un santuario a lei dedicato.

“Ugento né fede né sacramento”.

Per Ugento, la nostra storia affonda le sue radici in un passato non tanto remoto. Si narra, infatti, che fosse il 1739, quando il vescovo di Ugento, fuggendo dal paese in tumulto, proferì le parole: “Ugento né fede né sacramento”. Detto che ancora oggi è utilizzato per indicare gli abitanti di questo paese.

La vicenda sembra fare riferimento a quanto accadde durante il vescovado di Mons. Ciccarelli. Il quale era stato inviato dalla curia per sedare una rivolta che vedeva protagonisti da un alto le alte cariche ecclesiastiche e la popolazione e dall’altro alcuni prelati del luogo. Non solo il vescovo non riuscì a raffreddare gli animi, ma di fronte alla decisione di assegnare la campana, inizialmente destinata alla diocesi di Ugento, alla diocesi di Altamura la situazione degenerò costringendo Mons. Ciccarelli alla fuga e a pronunciare la famosa frase che ancora oggi si usa per definire gli abitanti di Ugento.